ALFABETA #2

September 15th, 2010

alfabeta2

Article title / Verso un’urbanistica edonistica
Author / Nicola Russi
Year / 2010

Era il 1995 quando Rem Koolhaas in The Generic City, testo conclusivo del libro-manifesto SMLXL , esortava a superare la visione classica della città per arrivare a una nuova forma urbana in continua espansione e aperta a un più vasto territorio governato dal mercato. Una città nuova, liberata dall’eredità della storia e dalla “schiavitù del centro”.
Dopo solo quindici anni dal testo di Koolhaas, la crisi economica ha coinvolto prima i costruttori di città e poi i cittadini stessi, limitando la loro possibilità di accedere e fruire di molti degli spazi realizzati e organizzati entro le sole logiche commerciali. Sullo sfondo è rimasta una città muta, a tratti semplicemente funzionale, che ha perso ogni appeal agli occhi di una società ormai costruita sulla cultura del benessere, dello svago e dell’edonismo.

Chi ha svuotato gli spazi pubblici della città
Sarebbe sbagliato credere che i parchi, i giardini e gli spazi pubblici della città ottocentesca e moderna, che costituivano la dimensione fisica del welfare collettivo, siano stati direttamente messi in crisi dalla cultura di mercato e dalla città di cui parla Koolhaas, vedi i grandi centri commerciali e di svago nelle aree periferiche.
Questa tendenza ormai diffusa che attribuisce al mercato la responsabilità di aver svuotato gli spazi collettivi della città dal loro valore civile, culturale e ricreativo è forse frutto della stessa cultura che ha favorito questo fenomeno. In particolare in Italia, dove la cultura storicistica permea anche i settori meno conservatori della società, nel secondo Dopoguerra fu sferzato un violento attacco contro l’urbanistica moderna. Il movimento moderno fu infatti accusato di essere troppo concentrato sugli oggetti architettonici costruiti senza alcuna relazione con il contesto e senza alcun interesse per gli spazi pubblici e collettivi della città.
Questa critica, che Bernardo Secchi definisce frutto di uno “strabismo storiografico” sembrava dimenticarsi dei grandi parchi moderni, da Central Park di Olmstead all’MIT Park di Mies Van Der Rohe, riportando l’attenzione dell’urbanistica sulle sole qualità della città storica e sul suo complesso e stratificato sistema di spazi collettivi, assegnando loro un peso e un valore non replicabile dal progetto ex novo.
Una cultura progettuale, quella storicistica, che di fatto annullava se stessa e la sua capacità di costruire da sé valore e qualità nella contemporaneità, poiché questi li derivava dalla sola stratificazione storica.
Questa gerarchizzazione e suddivisione del territorio in spazi ed elementi di prim’ordine, poiché eredi di una qualità storica, e luoghi di second’ordine, di fatto tutto il resto, allontanò il progetto architettonico e urbanistico dalla possibilità di costruire nuovi contesti di qualità che corrispondessero ai bisogni di una società in forte sviluppo.
A questo si aggiunse una certa cultura moralistica, che riconosceva all’urbanistica il compito unico di rispondere ai bisogni primari dei cittadini, limitandosi così a quantificare e distribuire sul territorio attraverso il principio della zonizzazione funzioni e servizi basilari, senza entrare nel merito della qualità e complessità architettonica dei luoghi e dell’esigenza di progettare nuove forme di servizio.
Molte delle risorse economiche si sono così concentrate in ossessive e reiterate sessioni di ristrutturazione degli spazi storici della città, lasciando il progetto dello spazio pubblico contemporaneo ad una mero ruolo funzionale. I centri storici oggi pedonalizzati e museificati funzionano solo nella loro capacità di emulare gli outlet, a loro volta costruiti su modelli classici facendo perdere ad entrambi ogni valore aggiunto.
Al di fuori dei centri storici spazi pubblici di scarsa qualità retri e periferie di centri svuotati di senso.
Oggi le strade sono costruite esclusivamente per spostarsi e parcheggiare i mezzi privati, gli spazi verdi vengono progettati secondo una logica dimensionale, completamente disinteressata alla loro forma e qualità.

Il vuoto riempito dal mercato
Si può così comprendere come la società di mercato abbia intelligentemente riempito quel vuoto sempre più grande che si è formato tra il paesaggio imbalsamato degli spazi storici della città e il territorio contemporaneo, vittima di una pianificazione esclusivamente localizzatrice e quantitativa.
Oggi Il parco urbano è stato rimpiazzato dal giardino di casa, dai parchi a tema e dalla palestra poiché forse non si è reputato utile e necessario riflettere su come questo potesse soddisfare le nuove esigenze di chi abita la città contemporanea. E così lo shopping mall, il protagonista indiscusso della città descritta da Koolhaas e di tutte le critiche rivolte alla città-territorio, si è costruito sulle macerie di una cultura progettuale che non è stata più in grado di leggere le vere esigenze dei cittadini, immaginando nuovi spazi per lo svago e la ricreazione e sviluppando di fatto ciò che ara stato messo in campo dal progetto urbano moderno più di un secolo fa.

L’urbanistica edonista
Il progetto urbano dovrebbe occuparsi oggi di quegli spazi che, come la spiaggia di Los Angeles descritta da Banham, servano da “rifugio simbolico dei valori della società dei consumi” luoghi in cui “i piaceri del corpo non vengano considerati materiali” e in cui “tutti gli uomini sono uguali e vivono il territorio in comune” . Spazi aperti alla moltitudine diversa di individui, spazi attivi a prescindere dalla quantità di funzioni commerciali al loro interno, spazi in grado di confrontarsi con la scala territoriale della nuova città contemporanea sia che essi posseggano grandi dimensioni sia che intervengano sul territorio per punti discreti di qualità.
Esempi interessanti nel mondo ce ne sono: New York ha di recente inaugurato il primo tratto dell’High Line dello studio Diller e Scofidio in collaborazione con Olafur Eliasson, progetto di trasformazione di una ferrovia urbana sopraelevata in giardini dove poter correre, passeggiare, sdraiarsi e prendere il sole nel cuore di Manhattan, senza alcuna presenza e alcuna necessità di attività commerciali per tenerla in vita.
Parigi oltre ad aver inaugurato oltre quindici anni fa il Parc della Villette, vero e proprio prototipo di parco urbano contemporaneo frutto di una complessa sovrapposizione di programmi culturali, ludici e sportivi, si appresta per nono anno consecutivo ad attrezzare le sponde della Senna come vera e propria spiaggia urbana a ridosso dei palazzi del potere e delle principali vie commerciali.
L’esempio forse più eclatante è però quello della città colombiana di Medellin, dove al problema delle bidonville si è risposto con la costruzione di un sistema di funivie panoramiche che collegano il centro città con parchi, terrazze e centri culturali realizzati nel cuore di queste. In pochi anni una delle città più pericolose del pianeta, riportando la popolazione sulle strade, ha ridotto drasticamente il tasso di criminalità ed è diventata un centro vitale e di richiamo turistico per un vasto settore dell’America Latina.
La cultura progettuale italiana stretta tra gli storicismi e i tecnicismi non sembra oggi in grado di progettare e costruire spazi per una società che non si riconosce più nei soli luoghi storici e rappresentativi della città, né nel misero sistema di spazi pubblici messi al loro servizio al di fuori dei centri. Se anche il mercato non è più in grado di dare una risposta adeguata a questi bisogni è forse utile tornare a riflettere su ciò che può significare lo spazio collettivo nel nostro paese e come garantire oltre al necessario quello che per anni è stato considerato superfluo. Oltre alle strade le rose , oltre al progetto delle prestazioni basilari della città è ormai necessario muovere i primi passi verso una cultura che torni a progettare spazi seducenti, aperti alle numerose pratiche della società contemporanea e alle molteplici aspirazioni suoi cittadini.

[1] Rem Koolhaas, SMLXL, The Monacelli Press, New York, 1995.

[1] Bernardo Secchi, La città del ventesimo secolo, Editori Laterza, Bari-Roma, 2005.

[1] Reyner Banham, Los Angeles, l’architettura delle quattro ecologie, ed it. Costa e Nolan, Genova, 1983.

[1] “Strade e Rose” si rifà al celebre slogan di Karl Marx “bread and roses”; ripreso dai lavoratori americani nel 1912 i quali chiedevano oltre alle condizioni di lavoro migliori (il pane) anche condizioni di vita dignitose (le rose), nel 2000 è stato utilizzato da Ken Loach come titolo del suo primo film americano “Bread and roses”.

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